Brando Benifei

 

 
Intervista per una ricerca intitolata “Disoccupazione ed over 50 nell’agenda europea”

Possiamo iniziare con una breve presentazione del tuo lavoro di europarlamentare: di cosa ti occupi prevalentemente?

Al Parlamento europeo sono membro titolare della Commissione Occupazione e Affari Sociali (EMPL), e membro sostituto della Commissione Affari Esteri (AFET). Mi occupo dunque principalmente di politiche europee a sostegno del lavoro e di occupazione giovanile, come Garanzia Giovani (YG) e l’Iniziativa a favore dei giovani europei (YEI). Mi occupo molto da vicino del tema dell’Agenda digitale dell’UE, in particolare per quanto riguarda il suo potenziale di creazione (e distruzione) di posti di lavoro, dello sviluppo di nuove forme contrattuali in questo campo, di imprenditoria sociale e giovanile. Sono inoltre vicepresidente dell’Intergruppo parlamentare sulla Disabilità, un tema che affronto trasversalmente in ogni ambito della mia azione parlamentare. Per quanto riguarda gli affari esteri, invece, seguo da vicino le relazioni tra l’Unione europea e i paesi dell’Asia Centrale, e studio in profondità la questione mediorientale, che ritengo essenziale per il futuro delle relazioni diplomatiche e geopolitiche dell’UE e del suo vicinato.
L’opinione pubblica sente l’Europa più che come una risorsa utile per attivare politiche efficaci per il lavoro, come una delle cause del problema disoccupazione. Cosa rispondi a questa obiezione lavorando dall’interno della macchina politica europea?

E’ vero: l’Unione Europea fatica a comunicare ai suoi cittadini ciò di cui si occupa e le azioni che intraprende per fronteggiare i loro problemi quotidiani. Risulta, quindi, un’entità difficile da comprendere, troppo burocratica, al punto di essere spesso additata come responsabile dei problemi, su tutti quello della disoccupazione. Tuttavia, per essere realisti, dobbiamo fare alcune dovute precisazioni: innanzitutto l’Unione europea ha competenze molto limitate sulle politiche per l’occupazione, che, sulla base dei Trattati, rimangono in grossa misura competenza nazionale. Allo scopo di affrontare la crisi economica e di creare un sistema di coordinamento delle politiche sociali e occupazionali dei suoi 28 Stati membri, l’Unione si è dotata del meccanismo del Semestre europeo e delle raccomandazioni per Paese, per fornire ai singoli Stati membri delle indicazioni da seguire in questi campi e delle misure che possano permettere un’armonizzazione delle pratiche, uno scambio delle esperienze e dei progetti di successo tra un Paese e l’altro, per meglio sincronizzare e monitorare l’attuazione di direttive, regolamenti e decisioni adottate nell’UE. Seconda dovuta precisazione: l’UE ha un bilancio contenuto, considerando che è finanziata dagli Stati membri con l’1% del loro PIL. Le sue risorse finanziarie sono dunque molto limitate e vengono utilizzate al massimo della loro capacità. Sono spesso gli Stati, piuttosto, a dimostrarsi incapaci di usufruire delle risorse disponibili, che sia per inefficienza delle amministrazioni pubbliche nel lanciare i programmi operativi o per un’eccessiva complessità della loro governance. Ciò vale, ad esempio, per l’Italia, dove il livello nazionale, regionale e locale, invece che agire in maniera armonica e funzionale, complica spesso l’iter di adozione o messa in pratica di tali programmi – siano essi concernenti le politiche sociali, lo sviluppo regionale, il sostegno alle imprese.

Che posto occupa la questione lavoro/disoccupazione nell’attuale agenda europea?

Il tema del lavoro riveste certamente un ruolo centrale nell’agenda dell’UE e importanti iniziative sono state prese in questo senso. Lo stesso presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha dichiarato in più occasioni di voler creare una UE dalla “tripla A sociale”. Al di là delle singole iniziative legislative lanciate dalla Commissione, siamo in attesa della pubblicazione di un documento che dovrebbe porre le basi per un nuovo “Pilastro dei Diritti Sociali” dell’Unione. Ovviamente la crisi economica ha, da un lato, reso più urgente l’introduzione di politiche a sostegno del lavoro, ma, dall’altro, ha causato una riduzione dei bilanci nazionali e, di riflesso, quello europeo. L’UE e il nostro Paese devono ora riuscire a far ripartire la crescita economica, che è essenziale per la creazione di posti di lavoro stabili e di qualità. L’UE sta lavorando soprattutto su questo, e il Piano straordinario di Juncker per gli investimenti rientra in questa logica.
Tu ti sei occupato prevalentemente di garanzia giovani. Di cosa si tratta?

Garanzia Giovani è stato – e rimane tuttora – un enorme successo della famiglia politica alla quale appartengo, quella dei Socialisti e Democratici, che ne fu promotrice. In qualità di vicepresidente dei Giovani socialisti europei, io stesso fui parte del team che si occupò della redazione del progetto originale, cosa di cui vado molto fiero tutt’ora. Il programma si fonda sul principio di garantire ai giovani al di sotto dei 30 anni un’offerta qualitativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio, entro 4 mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema d’istruzione formale. Si tratta di uno schema che ha l’ambizione di diventare strutturale, teso a facilitare la transizione dei giovani dalla formazione al mondo del lavoro, o da una posizione di inattività al reinserimento in un ciclo di istruzione.

E come è stata recepita dai paesi europei e in Italia “Garanzia Giovani”? Che bilancio ne fai?

Ci sono state alcune critiche al programma per quanto riguarda il suo funzionamento nella pratica. Fondandosi sulle esperienze dei paesi nordeuropei, infatti, secondo alcuni è difficilmente applicabile al mercato del lavoro di paesi, tra cui il nostro, strutturalmente e demograficamente molto più complessi. L’Italia sta investendo molto sullo schema, avendo creato una piattaforma informatica centrale per la gestione delle domande di adesione e per il monitoraggio. Abbiamo risultati misti: ottimi dal punto di vista del campione raggiunto, con quasi 900 mila giovani iscritti e mezzo milione presi in carico. Dal punto di vista del risultato finale, invece, la valutazione è purtroppo più sfaccettata, con grandissime difformità da una regione all’altra, eccessiva “burocraticità” del meccanismo di registrazione e di offerta, un’insufficiente capacità dei centri per l’impiego di far fronte a tutte le domande ricevute. Limiti che, tuttavia, a mio avviso vanno visti in senso positivo, in quanto segnalano l’importanza per l’Italia di investire in questi ambiti per rafforzare l’apparato amministrativo del Paese, proseguendo allo stesso tempo con l’attuazione dei vari programmi Garanzia Giovani. Come anche sottolineato dalla Commissione europea all’interno del Documento sull’analisi annuale della crescita, dove viene specificato testualmente, Garanzia Giovani è diventata ormai un elemento trainante per migliorare la transizione dalla scuola al lavoro e ridurre la disoccupazione giovanile, e i primi risultati sono ormai evidenti.

E’ stato già messo a fuoco il tema degli over 50 nel quadro delle politiche per il lavoro europee? Che cosa si pensa in Europa su questo? Che indirizzi politici vengono suggeriti?

La Commissione europea ha recentemente lanciato una nuova Strategia per contrastare la disoccupazione di lungo periodo che, a causa della crisi economica, è raddoppiata rispetto al 2007, arrivando a toccare 12 milioni di persone, pari al 5% della popolazione attiva dell’UE.

La proposta si articola in tre componenti fondamentali: l’intensificazione e il miglioramento delle pratiche di registrazione dei disoccupati di lungo periodo presso i servizi per l’impiego; la valutazione delle esigenze e potenzialità individuali dei disoccupati di lungo periodo, assieme alle loro preferenze lavorative, entro i 18 mesi dall’inizio del periodo di disoccupazione; l’offerta di un “accordo di inserimento lavorativo” personalizzato, equilibrato e comprensibile, al più tardi al raggiungimento dei 18 mesi di disoccupazione. Si tratta di uno schema ambizioso, anche se difficilmente sufficiente senza l’investimento da parte degli Stati membri di ulteriori risorse, finanziarie e gestionali, per sostenerlo. Si basa sull’esperienza già acquisita con la Garanzia Giovani e le similitudini tra i due programmi sono molte. Va tuttavia sottolineata la complementarità dei due schemi, e non la loro concorrenza. Sono, infatti, fortemente convinto che la proposta della Commissione possa produrre risultati tangibili solo se e in quanto vada a integrare gli strumenti europei già esistenti. Con la revisione del Quadro finanziario pluriennale, che verrà lanciata a metà del 2016, si presenterà l’occasione per rafforzare la strategia UE per l’occupazione e le politiche sociali. Certamente un’occasione che può essere vista come un banco di prova per testare il livello di attenzione e di priorità che la Commissione, il Parlamento e i Paesi UE attribuiscono al tema.

Il 2016 sarà un anno importante in Italia per il riordino e la riformulazione delle politiche attive per il lavoro. Dalla tua esperienza quale dovrebbe essere il ruolo delle politiche attive per il lavoro? Quali le priorità secondo te per gli over 50?

L’Italia è rimasta molto indietro per quanto riguarda l’investimento in politiche attive del lavoro, che possono essere essenziali in particolar modo in fasi economiche, come quella attuale, in cui il reinserimento, più che politiche di sostegno passive tout-court (che rimangono assolutamente necessarie) deve essere la priorità. Il mercato del lavoro cambia rapidamente: si apre all’estero, diventa più dipendente dalle tecnologie digitali, modificando il portafoglio di competenze (skills) che le aziende e il mercato richiedono al lavoratore. Uno schema coordinato e sincronizzato di politiche attive è certamente qualcosa di cui l’Italia ha bisogno. In questo senso, leggo in maniera positiva l’istituzione dell’Agenzia nazionale per le Politiche attive del lavoro (ANPAL), che avrà come obiettivo primario proprio quello di fare in modo che Ministero ed Enti locali definiscano un piano sinergico finalizzato all’elaborazione di politiche attive, coordinando i vari fondi nazionali, regionali e provenienti dal Fondo sociale europeo. La particolarità della categoria degli over 50 è che si rischia di vedere queste persone escluse dai percorsi di riqualificazione e re-training, se tali programmi non si dimostrano sufficientemente flessibili alle loro esigenze, mentre l’opzione di prepensionamento per loro non è generalmente ancora percorribile. Credo, dunque, che la via da percorrere sia quella di rendere il loro reinserimento possibile, da un lato riducendo i costi del loro contratto sulle aziende e, dunque, considerando l’introduzione di sgravi di natura strutturale; dall’altro, lavorando per l’elaborazione di politiche attive sufficientemente flessibili e versatili, che sappiano rispondere alle esigenze degli over 50. La Legge di Stabilità per il 2016 al momento in discussione in Parlamento propone significative riduzioni sui contributi INPS a carico delle aziende per l’assunzione di donne e lavoratori over 50. Inoltre, sia il Jobs Act che i suoi decreti attuativi, unitamente all’impegno a livello europeo di Commissione e Parlamento, sembrano fornire ulteriori importanti indicazioni positive in questo senso.

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